Le italiane arrivano tardi al diritto di voto, al suffragio universale attivo e passivo, esattamente come le francesi, nonostante Olympe de Gouges e la Rivoluzione. È con il decreto legislativo luogotenenziale del 1° febbraio 1945 (n. 23) che si riconosce alle maggiorenni di 21 anni il diritto di voto attivo, mentre sarà il decreto legislativo luogotenenziale 10 marzo 1946, n. 74 che riconoscerà alle donne maggiori di 25 anni il diritto di voto passivo.
Le uniche a essere escluse dal diritto di voto attivo saranno le donne citate nell’articolo 354 del regolamento per l’esecuzione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza cioè “le prostitute schedate che lavorano al di fuori delle case dove è loro concesso esercitare la professione”. Ma la lotta per l’emancipazione e la parità dei diritti nell’Italia del Regno post unitario non era stata vana, sull’onda delle “suffragiste” – denigrate in suffragette – quelle che tra Nuova Zelanda, Norvegia e Finlandia avevano già ottenuto il voto nei primi anni del novecento, quella lotta anche in Italia aveva visto i movimenti femministi protagonisti di un lungo cammino con una portentosa battaglia culturale e politica, portata avanti da figure come Anna Maria Mozzoni, Maria Montessori e Anna Kuliscioff a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, lotta che le aveva viste materializzarsi in tutta Italia, Messina compresa [mannaggia ai documenti distrutti con il terremoto del 1908] con il deposito di una petizione per ottenere l’iscrizione alle liste elettorali nel 1906, petizione di maestre [Luigia Mandolini Matteucci], laureate [Montessori, pedagogista], giornaliste [Mozzoni], mediche [Kuliscioff], avvocate[Poet] riconosciuta dal solo giudice di Ancona, quel Lodovico Mortara – “personalmente contrario, giuridicamente favorevole”- degnamente descritto nel romanzo di Rosa Maria Cutrufelli quale giudice imparziale ed unico a sapersi spogliare del suo pregiudizio per ammetterle al voto.
Tuttavia la petizione, fondata sulla non esclusione delle donne tra i “regnicoli” dello Statuto Albertino, sarà poi miseramente bocciata nel resto del regno d’Italia e nel frattempo anche il suffragio universale maschile riconosciuto solo dal 1918/1919 fino al 1925 sarà abolito da Mussolini. Un’articolata e avvincente lectio magistralis, la docente e formatrice di storia, Josè Calabrò, la offre in occasione di questo 8 marzo 2026 che celebra gli 80 anni del primo voto alle donne quel 10 marzo 1946, nel quale potranno esercitare l’elettorato attivo, mentre aspetteranno il 7 aprile del 1946 per godere dell’elettorato passivo ed essere elette come sindache, ben 12 in tutta Italia. Una lectio che parte da una rivista storica “Noi Donne” che racconta la ricca vicenda dell’U.D.I. – quell’Unione Donne in Italia, l’associazione di partigiane figlia dei Gruppi Difesa Donna nati nel 1944 e di cui un’articolazione corposa era presente a Misterbianco già nel 1945 – ben 300 donne – ne scrive in prima persona la maestra Agata Fiorito – tesoriera e segretaria di un’UDI che da Misterbianco conquista le pagine nazionali della rivista per essere d’esempio per l’attivismo mutualistico e l’emancipazione delle donne. Calabrò può tranquillamente passare dalla storia locale a quella siciliana e nazionale intrecciandole profondamente con precisi riferimenti storici e puntuali fonti d’epoca, non solo perché ne possiede i titoli accademici, ma perché ne padroneggia lo spirito dei tempi e la genuina immedesimazione per tutte le lotte che le donne, in ogni parte del mondo, hanno inteso promuovere e vincere, senza violenza, senza sopraffazione con la sola forza della perseveranza e della resistenza al dominio maschile patriarcale.
E, naturalmente, a questo racconto storico sul primo voto delle italiane 80 anni fa che attraversa tutto lo Stivale non possono mancare la rilevanza di tutti i mezzi di comunicazione di massa, non solo giornali e riviste politiche, oltre al cinema [Senza Rossetto/ C’è ancora domani] – tra cui la radio, lo strumento più diretto, per raccontare la cronaca e l’emozione di una giornata particolare, attraverso la trasmissione di Radio Roma, a cura della giornalista Anna Garofalo a cui dopo la liberazione dal nazifascismo, nel settembre 1944, quando “le donne italiane facevano la fila alle fontane, tagliavano i bollini delle tessere e cucinavano con il carbone”, gli alleati affidarono la guida della trasmissione “Parole di una donna”, con i suoi tre appuntamenti settimanali nell’orario di massimo ascolto accompagna la vita delle italiane e tutte le questioni di lavoro, diritti, politica, libertà.
E così la suggestiva e fedele cronaca del voto del 2 giugno 1946 – il referendum su monarchia e Repubblica -:
“Lunghissima attesa davanti ai seggi elettorali. Sembra di essere tornate alle code per l’acqua, per i generi razionati. Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d’esame,[…]stringiamo
le schede elettorali come biglietti d’amore. Si vedono molti sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne timorose di stancarsi e molte tasche gonfie per il pacchetto della colazione.
Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, alla pari”.
Tra un intervento e l’altro del numeroso parterre intervenuto presso la Sala dello Spi Cgil di Lineri [Igor, Nastasi, Lino Bonomo, Marika Schillaci], la profssa Calabrò trova il tempo di correggere bonariamente una vulgata, frutto della guerra fredda, oggi diremmo una #fakenews, sulla nascita della celebrazione dell’8 marzo come frutto di un episodio di sfruttamento delle lavoratrici a Chicago, riportando le lancette della storia e le sue protagoniste alle donne per la pace contro la prima guerra mondiale a San Pietroburgo.
La storia della Giornata internazionale della donna, istituita dall’ONU nel 1977, ha in realtà radici più antiche e dalla forte connotazione politica, che risalgono alla prima metà del XX secolo. L’8 marzo 1917 (secondo il calendario gregoriano: in Russia era la fine di febbraio) le donne di San Pietroburgo guidarono infatti una grande manifestazione che reclamava la fine della partecipazione del Paese alla Prima guerra mondiale, e che fu la miccia della Rivoluzione russa di febbraio e della fine degli zar. Fu così che nel 1921, durante la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, si decise di fissare all’8 marzo la data condivisa della Giornata internazionale dell’operaia. Fu poi l’istituzione di una giornata “per i diritti della donna e per la pace internazionale” da parte dell’ONU, che si fece coincidere appunto con l’8 marzo già celebrato in molti Paesi, ad assegnarle definitivamente il valore universale che conosciamo oggi: quello di un’occasione per celebrare e sostenere il riconoscimento dei diritti delle donne e la loro piena e paritaria partecipazione alla vita civile, economica, sociale e politica.
Insomma il colore di questo manifesto è la scelta politica di vederlo ancora ai nostri giorni il fascismo che tenta sempre di opprimere i poveri, i precari, le donne nominate solo per parata, i poteri abusati e ridotti a uno solo, come nei peggiori progetti eversivi, e allo stesso tempo la consapevolezza di non arrendersi, di sapere che se le grandi conquiste non sono per sempre, ora e sempre si difendono con un voto. Libero, segreto, uguale. Anche i prossimi 22 e 23 marzo.
Di Anna Bonforte Papale


